venerdì 5 novembre 2010

54° lettera

Seguendo un corso di cinema sulla storia dell'Italia dal Risorgimento agli anni '60 mi sono reso conto di quanto sia difficile avere un'idea di paese che possa essere in qualche modo condivisa dalla maggior parte del popolo italiano. Guardando i meravigliosi film dell'epoca d'oro del nostro cinema ci si rende conto di come l'Italia sia stata rappresentata attraverso vari tipi di 'italiani' ovvero c'è sempre il romano, il milanese, il siciliano, il napoletano, etc... clichè che sono perfettamente validi anche oggi, anzi sempre più attuali soprattutto nella scena politica. Guardando allo stesso Risorgimento c'è chi vede Garibaldi come un eroe della patria, chi invece, e ancora torniamo all'attualità, pensa che Garibaldi abbia fatto un grave errore a 'conquistare' ed annettere all'Italia il Regno delle due Sicilie. Lo stesso discorso potrebbe valere per quello che si può definire il nostro secondo Risorgimento ovvero la Resistenza, anche qui si nota come non c'è un'idea condivisa nel paese di quel periodo storico, c'è una continua strumentalizzazione e spesso quel periodo viene riscritto secondo fini politici mossi un revisionismo storico di comodo. In molti film del neorealismo italiano si nota come 'l'italiano' più che fare la Storia, essere parte della Storia, cerca di porsi ai margini , di evitare i grandi eventi perchè in fondo l'importante è riuscire in qualche modo a salvare la propria pelle e quella dei propri cari anche se poi se non si fa la Storia si è costretti a subirla, come è capitato all'Italia in diverse occasioni. Anche questo porsi ai margini , per coltivare in un qualche modo il proprio 'orticello' credo sia ancora oggi un elemento importante del carattere dell'italiano come ancora non risolta è la questione delle tante Italie, di quei tanti piccoli campanili che ancora sono la spina dorsale del nostro paese. Fatta l'Italia forse sono ancora da fare gli italiani, siamo ancora molto divisi oltre che diversi da regione a regione, e se la diversità può essere un grande pregio la divisione in questo mondo globale è sicuramente un punto di debolezza. Sarebbe veramente bello, per fare uno scatto in avanti verso la costruzione di una nazione moderna, trovarci uniti da nord a sud nelle celebrazioni dei 150 anni dell'unità d'Italia, riusciremo a cogliere questa occasione?

martedì 12 ottobre 2010

53° lettera

Il lavoro sul quale si fonda la nostra Repubblica e qualsiasi società moderna che voglia dirsi tale oggi nei media non viene quasi mai rappresentato. Gli operai che perdono il lavoro per potere essere visibili devono arrampiacarsi sui tetti, andare a vivere sull'isola dei cassintegrati, gli agricoltori per farsi sentire sono costretti a bloccare autostrade coi loro trattori, gesti estremi fino a qualche anno fa quasi inimmaginabili. Poi c'è la solitudine di chi perde il lavoro, di chi magari non ha il coraggio di dire ai propri cari di essere stato 'liquidato' oppure il dramma di quelle persone sensibili che vedendosi mancare una prospettiva di futuro , per disperazione si tolgono la vita . Tutto questo non viene mostrato, non viene raccontato, se non in rari casi ed è un vero scandalo, è una ferita aperta nella nostra società questa mancanza di informazione. Siamo passati da una società di produttori ad una società di consumatori, ma i luoghi di produzione ancora esistono, ci sono ancora le fabbriche, c'è ancora chi lavora la terra, la fatica quotidiana di questa persone esiste ancora e sarebbe un mondo molto interessante da potere indagare e raccontare. Si scoprirebbe che magari la solidarietà in certi posti di lavoro, ancora esiste ,magari ci si renderebbe conto che nelle fabbriche per esempio, la società è già perfettamente integrata, perchè è sulle basi di obiettivi comuni che si può ragionare di solidarietà ed integrazione. Non fanno lavoro le società finanziarie che spostano capitali virtuali da un paese all'altro, il lavoro è altro, è un fatto sociale, è uno stringersi insieme con la fatica e i ragionamenti quotidiani, è condivisione di spazi e di idee . Mostrare il lavoro, quello delle persone e smetterla di raccontare l'individuo moderno come solo ed unicamente un consumatore potrebbe essere un modo per iniziare a ragionare sulla crisi in maniera diversa.

lunedì 13 settembre 2010

52° lettera

Quando oggi ho letto l'articolo sulla scuola di Adro, "tappezzata di simboli leghisti, con il crocifisso avvitato nel muro e dove si serve il maiale anche ai musulmanti" ho pensato ad uno scherzo, ad una boutade leghista, ma che questa scuola nella realtà non esistesse, invece esiste. In nome di quale norma un partito politico può appropriarsi di una istituzione pubblica come la scuola, piazzandoci i propri simboli, facendo diventare gli studenti di quella stessa scuola dei protoleghisti? Io credo che mai nella storia della Repubblica un partito avesse osato tanto e che sia una situazione che non possa passare sotto silenzio o ancor peggio come una cosa 'normale' perchè lì comanda, e uso comanda e non governa perchè sono due cose completamente diverse, la Lega. Il ministro dell'Istruzione Gelmini non può bollare una situazione simile solo come folklore, perchè purtroppo mettere i propri simboli in una istituzione che è pubblica e ha e deve avere per i ragazzi ancora un valore quasi sacro mi verrebbe da dire, è un atto gravissimo di appropriazione indebita dal punto di vista culturale e simbolico.
Questa è gente che ha paura dell'oggi e non comprende il futuro che prova a difendere un'identità che non esiste (ha ragione Fini quando dice che la Padania non esiste) con strumenti pericolosi e sbagliati.
Non si può "appaltare" una scuola e quindi dei bambini e ragazzi dalla materna fino alla scuola media ad un partito politico, è pura follia che una minoranza che è maggioranza politica in un paese possa imporre una tale stupidaggine che mette insieme il sole delle alpi con il crocifisso imbullonato alla parete e per questo due volte inchiodato.
E' mai possibile che nessuna e dico nessuna istituzione di questo paese alzi la voce per ponga fine a una simile tragica farsa??

lunedì 12 luglio 2010

51° lettera.

Ieri attraverso in macchina la piazza del mio paese e noto uno strano drappo rosso a forma di croce che copre la facciata principale del mio municipio. Lì per lì penso ad una festa dell'Avis o delle associazioni di volontariato, poi provo a leggere meglio a fianco ci sono dei volantini che dicono "Stanno tagliando sulla vostra pelle" o qualcosa di simile. E' vero, mi viene da pensare, stanno proprio tagliando sulla nostra pelle, sulla pelle di noi cittadini, sulla pelle di chi abita e vive il territorio, sulla pelle di chi ha bisogno e che si troverà meno servizi o a dover pagare per servizi che prima erano gratuiti. E' una finanziaria questa, anche se non ancora approvata in via definitiva, che taglia in maniera orizzontale i trasferimenti a regioni e comuni, quest'ultimi già enormemente 'provati' dal taglio dell'Ici e dal patto di stabilità. E' una finanziaria che non fa nulla nei confronti dell'evasione fiscale e che colpisce ancora una volta i soliti noti e in particolare gli 'ultimi', le persone più in difficoltà dal punto di vista economico e sociale e questo deve fare ancora più rabbia. Nella scuola, per esempio, molti educatori perderanno il proprio posto di lavoro proprio perchè i comuni si vedranno costretti a tagliare su quel tipo di servizio sociale che per la scuola spesso è di vitale importanza. Alunni che già hanno difficoltà di apprendimento o di inserimento verranno completamente abbandonati a se stessi perchè non ci sono i fondi per avere del personale qualificato che li possano aiutare nel loro percorso educativo. Ed è a loro, agli ultimi, a chi è in difficoltà che questa manovra taglia il futuro, taglia qualsiasi possibilità di potersi riscattare grazie allo studio per esempio.
Guardo quel bavaglio rosso sulla facciata del mio municipio, non so a quanti possa interessare quel drappo rosso, non so quanti ne siano stati colpiti, non so quanti abbiano capito il messaggio forte che rappresenta, so che se anche siamo in pochi, per onore della nostra coscienza è tempo di rimboccarsi le maniche, di darsi da fare, di impegnarsi perchè ci possa essere un domani diverso.

lunedì 21 giugno 2010

50° lettera

Il re è nudo si diceva una volta, forse era bello quando si poteva dire "Il re è nudo" perchè semplicemente il re esiteva, era qualcosa di tangibile, di visibile, un essere umano che prendeva decisioni. Oggi purtruppo si potrebbe dire il re non esiste, cioè non esiste una guida che possa prendere delle decisioni, giuste o sbagliate che siano, ovvero il re è il mercato e il mercato non ha nulla di umano, non si può decapitare il mercato perchè è un'entità 'virtuale' al di sopra di noi poveri umani. Questa crisi dimostra una volta di più che il re non esiste e ancora di più nel nostro paese, dove ci è stato raccontato fino a qualche mese fa che la crisi era finita per poi dirci che siamo costretti ad una finanziaria lacrime e sangue perchè altrimenti la crisi stessa ci avrebbe inghiottito. Il re quindi non esiste, anzi il re in Italia è un regista di finzione che cerca di proiettare, a seconda dei momenti, il film che può incontrare il gusto del pubblico e quando il pubblico non crede più a quel film, scoprendolo appunto falso o noioso, il nostro regista ne inventa un nuovo, una nuova storia collettiva alla quale possiamo appassionarci. Il regista è molto bravo ad immedesimarsi nel film, fino al punto di credere veramente alla finzione che racconta, quando il regista dice che la crisi è soprattutto una questione psicologica e che si può sconfiggere con l'ottimismo non sta mentendo, perchè lui è talmente dentro la storia da crederla reale. La stessa cosa quando poi a distanza di pochi giorni dice che il paese ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, non sta mentendo e non è dettato dalla schizzofrenia questo messaggio, ma bensì dalla nuova storia che vuole raccontare, dalla nuova finta-realtà che ci vuole sottoporre. Entrando dentro a questo meccanismo si può capire benissimo il perchè un giorno siamo il paese più ricco d'Europa e quello dopo invece dobbiamo tirare la cinghia perchè siamo poveri.
Mi viene da dire che il oggi il re non è un re ma bensì un regista, il problema è che noi stiamo a guardare senza fare nulla, senza avere voglia di uscire dal cinema e iniziare a guardare il mondo reale per quello che è. Forse in poltrona si sta comodi e se la storia non piace si può sempre dormire no?

lunedì 3 maggio 2010

49° lettera

Da quando abbiamo rinunciato a interessarci all'etica pubblica qualcosa ha iniziato a non funzionare per il verso giusto. Parlo anche e soprattutto a titolo personale, ho questa impressione che da quando ho rinunciato a partecipare alla costruzione di quei luoghi che devono fare parte della vita di tutti, la qualità e il valore della mia stessa esistenza sia un po' scaduta.Il ritrarsi nel privato sempre più privato, nel lavoro come spazio da difendere e nell'organizzazione del tempo libero come svago ha fatto di me, io credo una persona più triste, c'è cioè come una voce che mi dice :"Manca qualcosa!". Riappropriarsi di spazi comuni, di luoghi nei quali si possano condividere idee e speranze, nei quali ci si possa impegnare con coerenza lasciando da parte il Dio mercato potrebbe essere uno dei modi per affrontare con gesti 'umani' questa crisi senza fine. La crisi è nata forse il giorno in nel quale abbiamo smesso di occuparci di etica pubblica, cioè quando abbiamo iniziato ad essere solo individui e non società, per dirla alla Thatcher.
In questo modo anche il lavoro diventa una merce, nella società degli individui il lavoro serve solo per fare denaro, perde cioè quei connotati che ne hanno fatto nel secolo scorso elemento di base per la coesione sociale. Rinunciare al bene comune significa subire passivamente tutto ciò che il mercato, con le sue regole selvagge , ci impone non avere cioè luoghi nei quali il mercato non detti legge fa sì appunto che il mercato diventi l'unica legge possibile e vincente. Non lavorare alla costruzione del bene comune ci rende vulnerabili e senza strumenti di difesa nei confronti del "pensiero unico".
Oggi più che mai ne sono convinto, per uscire dalla crisi bisogna ripartire dall'etica pubblica e dalla passione civile, da una crisi si esce insieme con la forza e le idee delle partecipazione.

sabato 10 aprile 2010

48° lettera

In questi giorni post-elettorali ho provato a darmi una qualche spiegazione plausibile sulla vittoria della Lega in quest'ultima tornata elettorale e c'è un qualcosa che mi dice che non è il legame con il territorio o meglio non solo il legame con il territorio che porta a risultati elettorali di questo tipo. Io credo che la vittoria della Lega sia da attribuire alla nostra paura e quando la Lega parla di sicurezza non parla di sicurezza fisica ma bensì di un altro tipo di sicurezza o di insicurezza. Provo a spiegare.
Le grandi insicurezze dell'oggi sono di tipo sociale ovvero il moderno ha completamente dissolto alcune certezze che solo nel secolo scorso sembravano ormai acquisite, vedi diritti per i lavoratori piuttosto che il diritto ad avere un pensione dignitosa oppure il diritto ad una mobilità sociale verso l'alto in sostanza il moderno ha tolto a noi occidentali tranquillità nel presente e speranza nel futuro. Il globale ci ha messo in sostanza in competezione con il mondo intero obbligandoci a rinunciare a privilegi che pensavamo acquisti per sempre. Ecco dentro a tutte queste insicurezze, complesse e appunto molto moderne, si insinuano le risposte delle Lega, risposte semplici, dirette, che parlano alla pancia di quelle persone che sentono franare il terreno delle proprie certezze giorno dopo giorno, che faticano a comprendere i cambiamenti violenti e veloci che la nostra epoca ci sottopone. La Lega cioè cerca di far fronte a questa insicurezza sociale dovuta alla complessità del mondo globale con la difesa del locale, sempre più locale, quindi non solo la provincia e poi il comune ma fino al recinto di casa propria, e quella difesa del recinto viene bene definita dallo slogan leghista per eccellenza :"Padroni a casa nostra!". Quello slogan che per me non ha mai voluto dir nulla vuole dire proprio questo, potrete stare tranquilli nella vostra casa perchè noi vi proteggeremo in ogni senso , sia fisico ma soprattutto sociale.
Di fronte ad un messaggio del genere è difficile combattere, molto difficile per la sinistra potere avere uno slogan più potente, perchè non c'è nulla di più potente della paura.
Io userei uno slogan tratto da un'intervista a Maggiani su Repubblica di oggi: "Io scrivo perchè gli umili non siano dimenticati" ecco se fossi un dirigente della sinistra farei scrivere: "Noi esistiamo perchè gli umili non vengano dimenticati" e aggiungerei " Può capitare a tutti nella vita di diventare umili e non è certo un male!"

lunedì 29 marzo 2010

47° lettera

Vivo in una delle regioni più vecchie d'Europa, la grassa Emilia.
Basta andare a fare la spesa al supermercato e si nota subito come l'età media delle persone che lo frequentano sia superiore ai 60. Nel giro di pochi decenni siamo diventati una popolazione di anziani, di persone che non fanno più figli. Certo sarà difficile 'innovare' e guardare al futuro con una popolazione di base che è di pensionati, persone che con impegno e fatica hanno reso questa terra ricca e solida ma che adesso pensano, come è giusto, di godersi la terza età alla 'bocciofila' o a curare l'orto. L'Italia si sa, l'ho già detto mille volte, non è un paese per giovani, l'Emilia in special modo è un paese con pochi, anzi pochissimi giovani e quindi ancor meno per giovani, perchè si trovano sempre in minoranza quando ci sono da fare delle scelte, quando viene il momento di decidere. La stessa classe dirigente è vecchia, non si conta un amministratore delegato anche di aziende private di una certa dimensione che abbia meno di 50 anni. Per di più la nostra economia è costituita in gran parte da aziende che lavorano per settori anch'essi vecchi e a bassa innovazione tecnologica, vedi il settore della meccanica agricola piuttosto che quello della ceramica, mentre abbiamo pochissime società che investono nella green economy o nelle nuove tecnologie.L'anziano si sa tende a guardare più indietro che avanti, tende a non rischiare e a rimanere su quelle strade che conosce da tempo e che gli danno sicurezza, ma come può una regione di 'anziani' vincere la sfida dell'innovazione tecnologica e della competizione globale?

Poi sempre al supermercato mi guardo meglio intorno e sento parlare dietro di me un signore col turbante in testa che parla una lingua che non capisco, avrà più o meno la mia età, mi viene da pensare. Tiene per mano due bambine e una l'ha in spalla. Questa famiglia è il futuro che avanza che viene da lontano, teniamocelo stretto e impariamo ad accoglierlo, chi ha paura del futuro è già vecchio, l'età in questi casi non conta.

mercoledì 24 marzo 2010

46° lettera

Ecco alcune situazioni che dimostrano che la crisi è passata e che l'abbiamo affrontata meglio di altri paesi e che stiamo ritornando alla crescita:


"Chiude dopo 30 anni di attività la storica azienda dolciaria reggiana Nepal, soffocata dai debiti l'azienda chiede il concordato preventivo".


"Sono centosessantotto gli esuberi per il gruppo Comer industries spa suddivisi tra gli stabilimenti di Cavriago, Reggiolo, Moglia e Pegognaga".

"Sciopero di 400 lavoratori del gruppo Walvoil in vista della fine della Cassa Integrazione Ordinaria sindacati e lavoratori chiedono il ricorso al contratto di solidarietà per salvaguardare reddito e occupazione".

"Dichiarato lo stato di amministrazione controllata straordinaria per il gruppo Mariella Burani".


Ne stiamo uscendo bene, forse ai nostri occhi non sembra, ma va tutto bene.

lunedì 22 marzo 2010

45° LETTERA

Siamo ormai entrati nell'era della post-crescita, cioè a mio avviso, ma non solo mio anche di illustri sociologhi, l'era che stiamo vivendo è l'inizio di un tempo definibile del dopo-crescita. Dopo avere passato cioè decenni a crescere a dismisura in fatto di produzione e consumi, nelle società opulente dell'occidente ci stiamo iniziando a rendere conto che il 'consumare per consumare' , lo riempire il carrello di una infinità di oggetti a basso costo ma anche di scarsissima utilità non ci rende felici, anzi ci rende frustrati. Che cosa allora ci può rendere felici nell'era della post-crescita? A mio avviso il consumo intelligente e responsabile è quel tipo di consumo che ancora ci può rendere in qualche modo 'felici di consumare' perchè consapevoli che ciò che si acquista è veramente un valore aggiunto al nostro vivere quotidiano. Penso per esempio al cibo biologico, che costa sicuramente molto di più del cibo industriale, però è uno dei pochi settori , anche nell'epoca di crisi economica attuale, che ha continuato a crescere in Italia come negli Stati Uniti. Consumare meno cibo ma di qualità migliore è un modo 'intelligente' di affrontare l'era della post-crescita, è cioè una modalità di responsabilizzazione individuale delle scelte di consumo che può renderci un po' più felici e un po' migliore l'ambiente che ci circonda.
Tutto ciò dovrebbe diventare anche 'conveniente' dal punto di vista economico, cioè andrebbero premiati e incentivati quei consumatori e quei produttori virtuosi che fanno del 'biologico' una scelta di consumo/produzione responsabile, dare il via libera alle coltivazioni di tipo Ogm sul nostro territorio non è certo una scelta che in va in questo senso.......

lunedì 8 marzo 2010

44° lettera

C'è un'atmosfera da fine impero in questi tempi tristi, in questo calpestare ogni giorno le regole democratiche c'è tutta la decadenza di una classe dirigente che ha perso completamente la bussola, perchè incapace di rispettare le regole che essa stessa scrive. Il re è nudo, nudo forse come non lo è mai stato, il re si circonda di cortigiani che se da un lato fanno a gara a rendere servizi, cercando di anticipare le richieste del sovrano, di nascosto tramano per la successione oppure semplicemente cercano di curare i propri affari. I cortigiani sanno che il popolo inizia ad essere stanco e affamato, che anche nel Nord iperproduttivo la crisi ha morso con violenza, che è in atto una trasformazione violenta del nostro sistema produttivo e di lavoro, che soprattutto nel Nord-Est crescono a dismisura i suicidi di piccoli imprenditori soffocati dalla mancanza di accesso al credito. I cortigiani sanno ma fanno finta di non vedere perchè parlare di queste cose fa male al re e fa male all'umore della Nazione.
Ma comincia ad esserci un senso di insofferenza verso questo governo proprio in quelle categorie che hanno fino a poco tempo fa hanno dato fiducia incondizionata al sovrano, proprio quei piccoli imprenditori e lavoratori autonomi che lottano tutti i giorni con una realtà sempre più complessa iniziano a rendersi conto dell'inadeguatezza e dell'arretratezza di questa classe dirigente.
Ormai le crepe del sistema sono evidenti, quando cadrà il sovrano farà certo rumore e le macerie come la polvere arriveranno piuttosto lontano, ma chi sarà in grado di ricostruire tutto quello che abbiamo perduto?

giovedì 18 febbraio 2010

43° lettera

Addio Mariella.

L'avventura di Mariella Burani Fashion Group è arrivata al capolinea, sommersa dai debiti, si parla di cifre vicine ai 490 milioni di debiti, l'azienda sarà costretta a chiedere il concordato preventivo oppure se questo non fosse possibile il fallimento. E' l'ennesimo 'crak' annunciato che colpisce il nostro piccolo e provinciale capitalismo italiano, un capitalismo che quando vuole diventare grande si lascia prendere dalla smania del debito, dal creare soldo con soldo, prestito su prestito, perdendo completamente di vista quella che è la 'mission' iniziale dell'azienda stessa. I problemi di Mariella Burani nascono infatti ben prima della grande crisi dell'anno passato e hanno natura di tipo finanziario, acquisizioni di società che si sono rivelate sbagliate, che hanno costretto il gruppo a svalutarne il valore di avviamento e che di conseguenza hanno portato la società in rosso,svuotandone il patrimonio. Nell'agosto del 2008 il titolo viene sospeso in borsa ma prima che questo avvenga la famiglia Burani vende fuori mercato azioni per un valore pari al 6% del capitale, il che fa pensare che i comandanti sapessero benissimo in quali acque torbide si trovasse la nave.
Purtroppo sarà la fine di un marchio importante e glorioso del made in Italy , per il quale pagheranno lacrime e sangue azionisti e fornitori, un gruppo che sparisce causa bulimia da acquisizione societaria.
E' mai possibile che non esista un modo per diventare grandi gruppi senza esplodere, senza lasciarsi prendere la mano da un inutile quanto stupida grandeur? Non si può diventare grandi ma continuare ad avere un certo tipo di controllo su quello che si fa? Forse l'imprenditore si lascia comandare da consulenti che agiscono in malafede oppure è anch'egli vittima di se stesso, della sua mania di potere e denaro sempre maggiore?

Mistero del capitalismo moderno.

venerdì 12 febbraio 2010

42° lettera

Scrive Bauman nel suo celebre libro vita liquida:


"In opposizione alla mercificazione, alla privatizzazione e alla commercializzazione di tutto ciò che ha a che vedere con l'educazione, gli educatori devono definire l'istruzione superiore come risorsa vitale per la vita democratica e civile delle nazione. La sfida che si pone dunque ai docenti, ai lavoratori della cultura, agli studenti e alle organizzazioni del lavoro è quella di unirsi nell'opposizione alla trasformazione dell'istruzione in un settore commerciale".

Questo a mio avviso è uno dei modi per uscire dalla crisi, iniziare tramite l'educazione a dire no all'istruzione come merce. In un mondo dove ormai tutto è merce bisogna ribellarsi all'idea che anche la cultura diventi un'oggetto come tutti gli altri, la cultura, il sapere, l'istruzione sono i beni che più di tutti gli altri elevano la nostra qualità della vita. Fanno sì che le persone siano in grado di formarsi un'opinione ed è proprio questo che spaventa i nostri regnanti, la paura che il popolo un giorno possa licenziarli per giustificato motivo : la mediocrità.

E per fare questo ci vogliono degli educatori e degli insegnanti illuminati, che abbiano veramente a cuore la formazione dei ragazzi, intesa come momento di educazione al pensare, al porsi delle domande. Ci vuole passione per fare questo, ci vuole amore per i ragazzi, via dalla scuola e dei luoghi di formazione chi non è in grado di trasmettere con passione che il sapere è la forma di libertà più grande!


giovedì 4 febbraio 2010

41° lettera

Un po' di sana solitudine moderna.

Di Ilvo Diamanti:

"Oggi mi sono recato a Milano in treno. Ne ho approfittato per accompagnare mio figlio Nicola a Vicenza. A scuola. Si è seduto in auto, nel sedile dietro. Io ho cominciato a parlargli. Delle lezioni del mattino, del Chievo, di suo fratello, del viaggio a Londra, ormai prossimo. Così, per risvegliarmi insieme a lui, vista l'ora. Nessun segnale. Nessuna risposta. Non dormiva, come immaginavo. Semplicemente, era altrove. Da solo con se stesso. IPod e cuffie. Immerso nel suo metal, in grado di svegliarlo, sicuramente, più di ogni chiacchiera con me. Così ho rinunciato.Ho proseguito fino all'incrocio accanto al suo liceo. Mi sono fermato con il rosso, la porta si è aperta. E lui se n'è andato con un ciao distratto. Risucchiato dal flusso degli studenti. Tutti rigorosamente attrezzati di cuffia e Ipod. Tutti soli in mezzo agli altri. Ho tirato dritto fino alla stazione. Parcheggiata l'auto, ho preso al volo il Freccia Rossa (o forse Argento, non ricordo). E mi sono sistemato al mio posto. Il vagone, pieno di professionisti, in missione. Tutti con il portatile aperto, sul tavolino di fronte a loro. Intenti a navigare, comunicare via email, Facebook, Twitter. Alcuni immersi nella visione di un film o di un video. Con cuffia. Per non disturbare e non essere disturbati. Poi i cellulari. Un concerto di suonerie, le più diverse. Sinfonie, riff di James Brown, accordi dei Deep Purple, rombi di monoposto di Formula 1. Cani che abbaiano e bimbi che piangono. Meno fastidiosi, certo, dei dialoghi e delle risposte. I cazzi loro recitati ad alta voce, ci mancherebbe. Abituati ad essere soli in mezzo al mondo. Sempre soli. Tutti soli. Ovviamente, armati di occhiali neri. Per guardarsi intorno senza mostrare gli occhi. Cioè: senza essere visti. In mezzo al vagone, tre persone (sindacalisti, mi pare) impegnate a discutere. A voce alta, ma non più degli altri che telefonavano. Le ho trovate irritanti, tanto era strano vedere e sentire dei passeggeri parlare tra loro. Uno davanti all'altro. Gli unici a comportarsi come non fossero da soli. Insopportabile. Per cui ho aperto la mia cartella, ho estratto il Mac Air, mi sono connesso alla posta elettronica e ho indossato gli occhiali neri. Poi, ho acceso i'iPod. E, mentre dalle cuffie uscivano le note di Karma Police dei Radiohead, mi sono sentito tranquillo. Anch'io: finalmente solo."

mercoledì 27 gennaio 2010

40° lettera

Il nostro welfare state, mi pare, sia un sistema con innumervoli buchi e falle. La crisi che stiamo attraversando lo dimostra ancora di più, mette cioè in evidenza ancor maggiormente quello che gli esperti definiscono 'dualismo' contrattuale ovvero abbiamo un certo tipo di lavoratori assunti a tempo inderminato che godono di tutte le garanzie del secolo scorso (vedi cassa integrazione ordinaria e in deroga, diritti alla mobilità e al pre-pensionamento) e i nuovi lavoratori assunti con contratti atipici che non hanno nessun tipo di tutela in caso di perdita del posto di lavoro. Anche in questo caso chi si trova nella condizione di 'atipico' è spesso il giovane, proprio colui che 'grazie' a questi tipi di contratto avrà un pensione da miseria, un po' perchè con quel tipo di contratto si versano contributi in maniera minore e un po' perchè sarà soggetto nella sua carriera a probabili interruzioni di lavoro senza alcun ammortizzatore sociale. E' mai possibile che il sindacato chiuda gli occhi di fronte a questa situazione?
E' mai possibile che l'opposizione non sia in grado di presentare una seria riforma sui contratti di lavoro che cambi questo tipo di 'dualismo'?
Il lavoratore atipico, oltre ad avere tutele quasi nulle e una pensione futura da fame, in genere è anche pagato meno del lavoratore regolarmente assunto, questo dicono le statistiche, proprio perchè privo di contratto, una beffa ulteriore. E' mai possibile che due persone che di fatto svolgono la stessa mansione, come capita in molte aziende, possano avere trattamenti così dissimili?
Forse il sindacato, essendo ormai di fatto diventato il sindacato dei pensionati, di questa cosa non se ne vuole occupare perchè per potere iniziare a discutere di questo problema bisognerebbe intaccare le pensioni e le tutele dei padri del '900 per potere dare qualcosa ai figli del 2000.

giovedì 14 gennaio 2010

39° lettera

Scrive Zizek: " Due sono i temi che determinano l'odierno atteggiamento liberal-tollerante verso gli altri: rispetto e apertura nei confronti dell'alterità da un lato e l'ossessiva paura della molestia dall'altro. L'altro ci sta bene nella misura in cui la sua presenza non è intrusiva, nella misura in cui, cioè, l'altro non è davvero altro. La tolleranza coincide con il suo opposto: il mio dovere di essere tollerante nei confronti dell'altro significa in effetti che non dovrei avvicinarmi troppo a lui non dovrei intromettermi nel suo spazio; insomma, dovrei rispettare la sua intolleranza nei confronti della mia eccessiva prossimità. Questo è quanto, nella società tardocapitalista, emerge sempre più come 'diritto umano' centrale: diritto di non essere molestati, cioè essere tenuti a distanza di sicurezza dagli altri".

A Rosarno gli immigrati hanno rotto quel silenzio che era parte integrante di quel 'diritto umano' di non essere molestati, di non essere disturbati delle popolazioni locali e forse grazie ai media dell'Italia intera. Loro, gli ultimi, i derelitti della terra devono restare in silenzio altrimenti le loro grida ci danno fastidio. Noi sappiamo che vengono sfruttati per pochi euro al giorno, che non hanno e non avranno mai una casa, una qualche prospettiva di futuro e di vita. Noi sappiamo tutto questo ma facciamo finta tutti i santi giorni di non vedere anzi nel caso questi disperati alzino la voce abbiamo anche il coraggio di dichiararci troppo tolleranti nei loro confronti, perchè noi, nei secoli dei secoli ci siamo conquistati il diritto a non essere distrubati. Il silenzio in fondo è una cosa molto importante. Allora l'altro ci piace veramente solo quando sta al suo posto, quando l'altro, il diverso rimane distante, dentro il suo recinto e non viene a contaminare i nostri spazi. Così anche noi cerchiamo di chiuderci dentro recinti che possano essere sempre più piccoli, sempre più conosciuti e che possano garantirci i nostri spazi di tranquillità, perchè l'incontro con il diverso potrebbe risultare per noi dannoso, l'altro in quanto sconosciuto fa sempre paura. In questo modo finiamo per ignorare completamente il prossimo, quindi possiamo dire tranquillamente che il prossimo è meglio che resti fuori dai nostri recinti di tranquillità, perchè potrebbe inquinarli e rovinarli. Mi viene da pensare che aveva proprio ragione Sartre quando molto tempo fa scrisse: "L'inferno sono gli altri".

venerdì 8 gennaio 2010

38° Lettera

Ho riflettuto spesso su quelli che sono i 'non luoghi' creati dalla modernità e penso che il 'non luogo' per eccellenza creato dal moderno sia il centro commerciale e nella sua derivazione ancor più folle ed estrema l'outlet. Ha ragione il professor Galimberti quando dice che sono diventanti i nuovi luoghi di aggregazione , svaniti i partiti di massa e le ideologie, svuotate le chiese e di conseguenza le parrocchie, l'unico luogo in cui la gente si trova è il centro di commercio. Quindi l'aggregazione di massa oggi avviene attorno agli oggetti, alla possibilità o meno di poterli acquistare e non più sulla relazione di un gruppo che condivide e si confronta su delle idee. Io trovo il centro commerciale qualcosa di 'allucinante' e sempre mi chiedo come faccio l'umano ad abituarsi a luoghi in cui di umano non c'è nulla. A partire dalle luci che stordiscono, per passare ai commessi privi di qualsiasi competenza, perchè non sono formati e non hanno alcuna esperienza di ciò che vendono, in fondo vendere un paio di scarpe oppure un libro in centro commerciale è la stessa cosa, basta vendere. Spesso si acquistano oggetti a basso costo, vedi l'outlet, ma anche di basso valore qualitativo perchè nel centro commerciale si cerca l'acquisto compulsivo del consumatore, si cerca di vendere qualcosa di inutile e che possa durare poco nel tempo, perchè l'oggetto acquistato è moderno oggi ma già vecchio domani.
Io trovo che non ci sia niente di più deprimente della calca di gente in fila davanti al centro commerciale, in attesa di entrare per potere usufruire di fantistiche offerte su nuovi oggetti tecnologici a loro e solo a loro riservati. Mi chiedo cosa pensino di trovare una volta entrati, ma forse siccome non entro non lo potrò mai sapere.....