giovedì 18 febbraio 2010

43° lettera

Addio Mariella.

L'avventura di Mariella Burani Fashion Group è arrivata al capolinea, sommersa dai debiti, si parla di cifre vicine ai 490 milioni di debiti, l'azienda sarà costretta a chiedere il concordato preventivo oppure se questo non fosse possibile il fallimento. E' l'ennesimo 'crak' annunciato che colpisce il nostro piccolo e provinciale capitalismo italiano, un capitalismo che quando vuole diventare grande si lascia prendere dalla smania del debito, dal creare soldo con soldo, prestito su prestito, perdendo completamente di vista quella che è la 'mission' iniziale dell'azienda stessa. I problemi di Mariella Burani nascono infatti ben prima della grande crisi dell'anno passato e hanno natura di tipo finanziario, acquisizioni di società che si sono rivelate sbagliate, che hanno costretto il gruppo a svalutarne il valore di avviamento e che di conseguenza hanno portato la società in rosso,svuotandone il patrimonio. Nell'agosto del 2008 il titolo viene sospeso in borsa ma prima che questo avvenga la famiglia Burani vende fuori mercato azioni per un valore pari al 6% del capitale, il che fa pensare che i comandanti sapessero benissimo in quali acque torbide si trovasse la nave.
Purtroppo sarà la fine di un marchio importante e glorioso del made in Italy , per il quale pagheranno lacrime e sangue azionisti e fornitori, un gruppo che sparisce causa bulimia da acquisizione societaria.
E' mai possibile che non esista un modo per diventare grandi gruppi senza esplodere, senza lasciarsi prendere la mano da un inutile quanto stupida grandeur? Non si può diventare grandi ma continuare ad avere un certo tipo di controllo su quello che si fa? Forse l'imprenditore si lascia comandare da consulenti che agiscono in malafede oppure è anch'egli vittima di se stesso, della sua mania di potere e denaro sempre maggiore?

Mistero del capitalismo moderno.

venerdì 12 febbraio 2010

42° lettera

Scrive Bauman nel suo celebre libro vita liquida:


"In opposizione alla mercificazione, alla privatizzazione e alla commercializzazione di tutto ciò che ha a che vedere con l'educazione, gli educatori devono definire l'istruzione superiore come risorsa vitale per la vita democratica e civile delle nazione. La sfida che si pone dunque ai docenti, ai lavoratori della cultura, agli studenti e alle organizzazioni del lavoro è quella di unirsi nell'opposizione alla trasformazione dell'istruzione in un settore commerciale".

Questo a mio avviso è uno dei modi per uscire dalla crisi, iniziare tramite l'educazione a dire no all'istruzione come merce. In un mondo dove ormai tutto è merce bisogna ribellarsi all'idea che anche la cultura diventi un'oggetto come tutti gli altri, la cultura, il sapere, l'istruzione sono i beni che più di tutti gli altri elevano la nostra qualità della vita. Fanno sì che le persone siano in grado di formarsi un'opinione ed è proprio questo che spaventa i nostri regnanti, la paura che il popolo un giorno possa licenziarli per giustificato motivo : la mediocrità.

E per fare questo ci vogliono degli educatori e degli insegnanti illuminati, che abbiano veramente a cuore la formazione dei ragazzi, intesa come momento di educazione al pensare, al porsi delle domande. Ci vuole passione per fare questo, ci vuole amore per i ragazzi, via dalla scuola e dei luoghi di formazione chi non è in grado di trasmettere con passione che il sapere è la forma di libertà più grande!


giovedì 4 febbraio 2010

41° lettera

Un po' di sana solitudine moderna.

Di Ilvo Diamanti:

"Oggi mi sono recato a Milano in treno. Ne ho approfittato per accompagnare mio figlio Nicola a Vicenza. A scuola. Si è seduto in auto, nel sedile dietro. Io ho cominciato a parlargli. Delle lezioni del mattino, del Chievo, di suo fratello, del viaggio a Londra, ormai prossimo. Così, per risvegliarmi insieme a lui, vista l'ora. Nessun segnale. Nessuna risposta. Non dormiva, come immaginavo. Semplicemente, era altrove. Da solo con se stesso. IPod e cuffie. Immerso nel suo metal, in grado di svegliarlo, sicuramente, più di ogni chiacchiera con me. Così ho rinunciato.Ho proseguito fino all'incrocio accanto al suo liceo. Mi sono fermato con il rosso, la porta si è aperta. E lui se n'è andato con un ciao distratto. Risucchiato dal flusso degli studenti. Tutti rigorosamente attrezzati di cuffia e Ipod. Tutti soli in mezzo agli altri. Ho tirato dritto fino alla stazione. Parcheggiata l'auto, ho preso al volo il Freccia Rossa (o forse Argento, non ricordo). E mi sono sistemato al mio posto. Il vagone, pieno di professionisti, in missione. Tutti con il portatile aperto, sul tavolino di fronte a loro. Intenti a navigare, comunicare via email, Facebook, Twitter. Alcuni immersi nella visione di un film o di un video. Con cuffia. Per non disturbare e non essere disturbati. Poi i cellulari. Un concerto di suonerie, le più diverse. Sinfonie, riff di James Brown, accordi dei Deep Purple, rombi di monoposto di Formula 1. Cani che abbaiano e bimbi che piangono. Meno fastidiosi, certo, dei dialoghi e delle risposte. I cazzi loro recitati ad alta voce, ci mancherebbe. Abituati ad essere soli in mezzo al mondo. Sempre soli. Tutti soli. Ovviamente, armati di occhiali neri. Per guardarsi intorno senza mostrare gli occhi. Cioè: senza essere visti. In mezzo al vagone, tre persone (sindacalisti, mi pare) impegnate a discutere. A voce alta, ma non più degli altri che telefonavano. Le ho trovate irritanti, tanto era strano vedere e sentire dei passeggeri parlare tra loro. Uno davanti all'altro. Gli unici a comportarsi come non fossero da soli. Insopportabile. Per cui ho aperto la mia cartella, ho estratto il Mac Air, mi sono connesso alla posta elettronica e ho indossato gli occhiali neri. Poi, ho acceso i'iPod. E, mentre dalle cuffie uscivano le note di Karma Police dei Radiohead, mi sono sentito tranquillo. Anch'io: finalmente solo."