Da quando abbiamo rinunciato a interessarci all'etica pubblica qualcosa ha iniziato a non funzionare per il verso giusto. Parlo anche e soprattutto a titolo personale, ho questa impressione che da quando ho rinunciato a partecipare alla costruzione di quei luoghi che devono fare parte della vita di tutti, la qualità e il valore della mia stessa esistenza sia un po' scaduta.Il ritrarsi nel privato sempre più privato, nel lavoro come spazio da difendere e nell'organizzazione del tempo libero come svago ha fatto di me, io credo una persona più triste, c'è cioè come una voce che mi dice :"Manca qualcosa!". Riappropriarsi di spazi comuni, di luoghi nei quali si possano condividere idee e speranze, nei quali ci si possa impegnare con coerenza lasciando da parte il Dio mercato potrebbe essere uno dei modi per affrontare con gesti 'umani' questa crisi senza fine. La crisi è nata forse il giorno in nel quale abbiamo smesso di occuparci di etica pubblica, cioè quando abbiamo iniziato ad essere solo individui e non società, per dirla alla Thatcher.
In questo modo anche il lavoro diventa una merce, nella società degli individui il lavoro serve solo per fare denaro, perde cioè quei connotati che ne hanno fatto nel secolo scorso elemento di base per la coesione sociale. Rinunciare al bene comune significa subire passivamente tutto ciò che il mercato, con le sue regole selvagge , ci impone non avere cioè luoghi nei quali il mercato non detti legge fa sì appunto che il mercato diventi l'unica legge possibile e vincente. Non lavorare alla costruzione del bene comune ci rende vulnerabili e senza strumenti di difesa nei confronti del "pensiero unico".
Oggi più che mai ne sono convinto, per uscire dalla crisi bisogna ripartire dall'etica pubblica e dalla passione civile, da una crisi si esce insieme con la forza e le idee delle partecipazione.
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