Il lavoro sul quale si fonda la nostra Repubblica e qualsiasi società moderna che voglia dirsi tale oggi nei media non viene quasi mai rappresentato. Gli operai che perdono il lavoro per potere essere visibili devono arrampiacarsi sui tetti, andare a vivere sull'isola dei cassintegrati, gli agricoltori per farsi sentire sono costretti a bloccare autostrade coi loro trattori, gesti estremi fino a qualche anno fa quasi inimmaginabili. Poi c'è la solitudine di chi perde il lavoro, di chi magari non ha il coraggio di dire ai propri cari di essere stato 'liquidato' oppure il dramma di quelle persone sensibili che vedendosi mancare una prospettiva di futuro , per disperazione si tolgono la vita . Tutto questo non viene mostrato, non viene raccontato, se non in rari casi ed è un vero scandalo, è una ferita aperta nella nostra società questa mancanza di informazione. Siamo passati da una società di produttori ad una società di consumatori, ma i luoghi di produzione ancora esistono, ci sono ancora le fabbriche, c'è ancora chi lavora la terra, la fatica quotidiana di questa persone esiste ancora e sarebbe un mondo molto interessante da potere indagare e raccontare. Si scoprirebbe che magari la solidarietà in certi posti di lavoro, ancora esiste ,magari ci si renderebbe conto che nelle fabbriche per esempio, la società è già perfettamente integrata, perchè è sulle basi di obiettivi comuni che si può ragionare di solidarietà ed integrazione. Non fanno lavoro le società finanziarie che spostano capitali virtuali da un paese all'altro, il lavoro è altro, è un fatto sociale, è uno stringersi insieme con la fatica e i ragionamenti quotidiani, è condivisione di spazi e di idee . Mostrare il lavoro, quello delle persone e smetterla di raccontare l'individuo moderno come solo ed unicamente un consumatore potrebbe essere un modo per iniziare a ragionare sulla crisi in maniera diversa.
martedì 12 ottobre 2010
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